Sempre a proposito di Myanmar: buddismo e blasfemia

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Ieri, sabato 21 marzo 2015, è uscito in edicola sull’Ultima del manifesto un mio pezzo sulla crescita del fondamentalismo religioso e del nazionalismo in Myanmar, aggiornando sulle numerose news recenti che mantengono il paese instabile e preoccupano ampiamente la popolazione in vista delle prossime elezioni politiche di novembre.

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L’articolo si può leggere qui: http://ilmanifesto.info/la-vendetta-del-buddha/

La scelta delle immagini per l’articolo è provocatoria e personalmente avrei fatto diversamente non vedendo l’utilità comunicativa/informativa di continuare a giocare con l’immagine di Buddha dj se non per attrarre lettori distratti. Credo che il gesto dei tre gestori di Yangon sia assolutamente insensibile agli umori del paese e offensivo nei confronti della popolazione buddhista. Il mio punto è di criticare fortemente la scelta di condannarli ai lavori forzati, invece che multarli ed espellere il cittadino neozelandese. Confido che il testo del mio pezzo fornisca sufficienti informazioni per capire la situazione.

Avere trent’anni: startupper, artisti e precari a Yangon

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Mio pezzo uscito il 27 gennaio 2014 per il Magazine Asia di China Files e il manifesto: da leggere qui.

Per saperne di più su Zar Chi, una delle persone che ho intervistato, potete visitare il sito dello spazio di co-working dove lei lavora qui a Yangon: Project Hub.

Confini – Aung San Suu Kyi tra politica e attivismo (l’articolo)

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China Files ha pubblicato sul suo sito il mio articolo uscito per il Magazine Asia de il manifesto: si può leggere qui o direttamente qui sotto.

Sarebbe possibile parlare della fine dell’Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell’Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia. Amitav Gosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Gosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

La difficoltà a penetrare la cultura asiatica deriva per molti versi dal fatto che incessantemente noi occidentali adoperiamo categorie formali e interpretative proprie della nostra cultura, innalzandole, come ben sappiamo, a categorie universali. Si aggiunge la tendenza a perpetrare meccanismi etnocentrici veicolati nelle svariate forme del liberismo economico, ma anche, a sorpresa, in quello che dovrebbe essere il regno del confronto, la cultura.

Il pubblico birmano è, in generale, molto entusiasta delle nuove iniziative che stanno nascendo in Myanmar; si raccolgono frasi come “qualsiasi cosa va bene, qualsiasi cosa di nuovo, da fuori”. A febbraio di quest’anno la moglie dell’Ambasciatore britannico ha deciso di organizzare il primo Festival di Letteratura del Myanmar: quale modo migliore di sancire la fine di decenni di censura e incarcerazione di pensatori, scrittori, poeti, animatori culturali della repressa cultura birmana?

Come in ogni grande manifestazione, non mancano le critiche, che, in un contesto culturalmente delicato come quello birmano, vale la pena capire. Un osservatore locale (straniero), lamenta che non ci si sia concentrati sul celebrare innanzitutto gli autori birmani, coloro che in questi decenni hanno resistito, ma che energie e fondi siano stati dedicati ad accogliere al meglio gli ospiti stranieri.

Un’occasione da rinnovare, quindi, in particolare se crediamo nelle recenti riflessioni di Alessandra Chiricosta (Filosofia interculturale e valori asiatici, 2013 ObarraO edizioni), secondo cui “le questioni sollevate dalla coesistenza, nell’orizzonte globale, di culture differenti, ma che sempre di più condividono luoghi, non-luoghi e tempi, paiono invocare una modalità diversa di indagine, maggiormente in grado di pensare, al contempo, non solo equità e differenza, ma anche di render conto di tutto ciò che ancora ‘l’Occidente’ non ha pensato e che, invece, dà origine a dibattiti e orizzonti di senso in altri contesti”.

Aung San Suu Kyi è stata la madrina della manifestazione, figura di confine tra Oriente e Occidente, protagonista delle ambiguità del processo odierno di riforma del Myanmar.
A Yangon si dibatte di come Aung San Suu Kyi, presidente del partito di opposizione al governo birmano, venga percepita in Occidente. O meglio, di come venga ancora percepita da noi: monolitica icona della pace. Ma l’evoluzione della sua figura in seguito alla liberazione dagli arresti domiciliari nel novembre 2010 richiede una rielaborazione del personaggio, di ciò che rappresenta per il futuro del paese e del composito popolo che abita entro i confini del Myanmar.

Aung San Suu Kyi è la figlia dell’eroe della patria Aung San e un’illustre dissidente birmana. La sua storia familiare e personale unica l’ha portata a varcare confini fisici e culturali per tutta la vita, sin dall’infanzia.

Aung San Suu Kyi prende il nome dal padre Aung San, dalla nonna Suu e dalla madre Kyi; un nome assolutamente anomalo in un paese in cui non si usano cognomi né altri segni per dimostrare da dove si provenga.

Nata tre anni prima dell’indipendenza birmana, nel 1945, due anni prima che il padre venisse assassinato, dopo la strenua lotta di Aung San contro i colonizzatori occidentali, ASSK ha avuto un’educazione formale occidentale, una famiglia inglese e una vita da straniera, donna asiatica, in Europa. Finché non ha varcato di nuovo il confine della terra natia, per tornare dalla madre malata, e trovarlo poi improvvisamente rigido, politico, geografico.

È il 1988 e nel paese si protesta contro la dittatura. ASSK decide di intervenire, fondando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, che nelle elezioni del 1990 (le prime in trent’anni) vincerà clamorosamente. La giunta militare non accetterà il risultato e ASSK verrà arrestata e costretta a scegliere: puoi andare via e tornare dalla tua famiglia straniera, ma non è detto che ti faremo rientrare. La famiglia o la patria, insomma.

Sceglie l’eredità del padre. Chiusa entro il perimetro della sua casa scopre i limiti di una vita da dissidente e diventa un grande simbolo della resistenza non violenta e dell’attivismo per l’instaurazione della democrazia in Myanmar. Vincerà diversi premi, tra cui il Nobel per la Pace nel 1991.

Come sappiamo, la giunta militare ha deciso di cambiare veste e di liberare ASSK. Oggi la Lady dichiara di essere (sempre stata) una politica e di limitare il proprio ambito operativo entro quello inerente alla professione che ha mantenuto anche mentre era carcerata in casa.

Le sue scelte, nel Myanmar riformato di oggi, raccolgono critiche da più parti. Come uno dei più illustri prigionieri politici, il popolo birmano per tanti anni l’ha considerata il proprio riferimento per il futuro. Le sue immagini erano appese speranzose ovunque, appena è stato possibile mostrarle.

Ma la negazione del conflitto etnico perpetrato ai danni dei Rohingya, il mancato appoggio ai residenti di aree espropriate per l’ampliamento di una miniera di rame, la sua vicinanza ai militari, la richiesta di chiudere i confini con il Bangladesh perché permettono a persone straniere di infiltrarsi illegalmente nel paese, per citare alcuni episodi, ribadisce con forza il suo porsi a difesa dell’élite bamar – il principale gruppo etnico nel Myanmar – deludendo molti sostenitori della prima ora.

Qual è il confine tra un politico e un difensore dei diritti umani? Nella porosità della vita politica, ASSK oggi per molti è troppo concentrata a lavorare sulla sua corsa alle elezioni presidenziali del 2015.

Lavorare all’interno di questo paradigma implica aprire molte vie che un attivista non aprirebbe, concessioni che non verrebbero fatte; ad esempio accettare, o forse chiedere, come documentaIrrawaddysupporto finanziario ai magnati che si sono arricchiti negli anni della dittatura grazie alla connivenza con i militari. In fase di “riconciliazione”, molti considerano naturale che gli attori economici si mettano in gioco secondo le nuove regole dell’economia di mercato, includendo iniziative di Corporate Social Responsibility.

Il Myanmar oggi è travolto dalle aspettative internazionali, che, in tempi di crisi economica occidentale, pretendono che sia il contemporaneo El Dorado, in grado con i suoi potenziali 60 milioni di consumatori a pancia vuota di ridare slancio alle nostre industrie e investimenti. Molti birmani oggi chiedono tempo, “Roma non è stata costruita in un giorno” dicono.

L’Occidente fa pressioni, ma è necessario assumere un approccio dialogico, “per non far sì” riprendendo le pagine della Chiricosta, “che anche una nobile istanza, come quella che guida la volontà di universalizzazione dei Diritti umani, si trovi a divenire un avamposto neocoloniale, uno strumento per sdoganare politiche economiche neoliberiste e globalizzanti”.

Quello che accade adesso è che mentre la Cina, per molti in Occidente il simbolo di una cultura che non rispetta i propri cittadini, sta decidendo di sostenere lo sviluppo della propria economia concedendo riforme sociali per la popolazione (eliminazione dei lavori forzati, riduzione dei reati punibili con la pena di morte, libera circolazione, aperture nella legge del figlio unico), gli investimenti cinesi nello strategico Myanmar, in seguito all’eliminazione delle sanzioni da parte dei governi occidentali, sono in costante diminuzione.
Dando via libera ad europei, statunitensi, ma anche giapponesi e coreani, di sviluppare i propri interessi sul Golfo del Bengala.

Confini – Aung San Suu Kyi tra politica e attivismo

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L’ultimo Speciale Asia di China Files in collaborazione con il manifesto ha come tema i CONFINI. Tra i tantissimi contenuti c’è un mio pezzo su Occidente/Oriente, Aung San Suu Kyi, diritti umani e culture asiatiche.

Da attivista celebrata dall’Occidente, a politica che deve difendere interessi ben precisi: come cambia la percezione della “Lady” birmana.
ATTIVISMO E POLITICA: IL CASO AUNG SAN SUU KYI

Sarebbe possibile parlare della fine dell’Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell’Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia. Amitav Gosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Gosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

Scaricatelo qui, gratis per ipad e iphone. Arriverà anche per altri supporti, seguite gli aggiornamenti su twitter.

Esplode l’integralismo buddhista / The explosion of Buddhist integralism

In Italian AND in English!

east50

[IT]

Cari amici, da un paio di settimane trovate in edicola il numero 50 di East Rivista Di Geopolitica, con un mio articolo sulla drammatica situazione dei Rohingya in Myanmar. Potete leggere il pezzo comprando la rivista in edicola o il pdf online. Spero faccia capire il peso della situazione e le terribili sofferenze subite dagli uomini mentre non si fa che discutere di opportunità di investimento in Myanmar. Spero anche dia il senso della gravità delle recenti dichiarazioni di Aung San Suu Kyi.

Un ciclone umano ha travolto la popolazione musulmana del Myanmar. Un ciclone armato di insicurezza e machete, fomentato da una forma di integralismo buddhista diffusasi sempre più liberamente da quando il Myanmar ha intrapreso il suo percorso di transizione verso la democrazia. Violenze inaudite contro la popolazione rohingya, minoranza musulmana non riconosciuta dal Myanmar né da altri Stati, dunque apolide, si sono verificate a partire dal 2012, proprio mentre l’attuale governo presieduto dall’ex generale U Thein Sein intraprendeva riforme progressiste, nell’ottica di garantire più diritti ai suoi cittadini.

Potete acquistare il pdf qui.

[EN]

Dear friends, in 18 countries you can find East, no. 50 with my article on the plight of the Rohingya people in Myanmar. You can read the story buying the print magazine or as pdf online.

A human hurricane has swept the Muslim population in Myanmar off its feet. A whirlwind armed with machetes and doubts, instigated by a form of Buddhist extremism now spreading at a much greater speed since Myanmar began its transition towards democracy. From 2012, hitherto unseen violence has been meted out on the Muslim Rohingya population – an Islamic minority not recognised by Myanmar or by many other countries – at the very time when the current government led by former general U Thein Sein began introducing progressive reforms designed to guarantee more rights for Myanmar’s citizens. Between June and October 2012 there were violent clashes between Rakhine Buddhists and Rohingya people in the State of Rakhine, on Myanmar’s western border with Bangladesh. The Buddhists call the Rohingya people Bengalis, in an attempt to deny their existence by rejecting the very name that determines their identity. At least 200 people were killed in the violence, 5000 houses and businesses were burned down and 140 thousand people are still in refugee camps to this day.

You can purchase the pdf here.

Visiting Wasinburee in Ratchaburi Contemporary Art Town

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Qualche settimana fa ho scritto per Releasing Intimacy un breve racconto della visita a Ratchaburi (Thailand) per andare a trovare Wasinburee, uno dei due artisti thailandesi che ho intervistato alla 55a Biennale di Venezia.

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I met Wasinburee Supanichvoraparch this year for the first time. It was early June in Venezia and I organised my journey through the 55th Biennale starting from the Thai Pavillion, where Wasinburee presented his work Poperomia (you can find my personal review of the 55th Biennale in Venezia here, hope to translate it into English soon). After my interview to Wasinburee, I promised him to visit his hometown as soon as possible. He described me his amazing project of bringing arts to the people, breaking down art galleries’ boundaries. He told me something that struck me: while he was meeting Ratchaburi’s residents and business owners to present his project, a woman in a small restaurant told him that she couldn’t understand art, art is complicated, it’s for educated people. He indicated her the family altar she’s taking care of everyday (that’s typical in Thailand) and told her that the way she put offerings and flowers to show respect to her ancestors is art.
She agreed. I couldn’t wait to see it for real.

Continua qui: Wasinburee in Ratchaburi

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INNOVASIA

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Per la seconda volta ho collaborato con China Files e il manifesto con un articolo da Yangon per uno speciale sull’Asia, questa volta dedicato all’innovazione.

In Birmania l’innovazione avviene attraverso la nascita di nuove professioni. Alla ricerca di specializzazioni e legislazione ad hoc.

Si può scaricare gratuitamente per iPad qui: INNOVASIA IPAD

In formato ebook qui: INNOVASIA EBOOK

Ecco cosa ci troverete dentro:

Come cambia un continente
Innovare e tramandare (Simone Pieranni)

La Cina in mezzo al guado (Gabriele Battaglia)
I problemi del sistema educativo cinese (Cecilia Attanasio Ghezzi)
Giappone: il ritorno delle startup ( Marco Zappa)
Birmania: alla ricerca dei giornalisti (Ilaria Benini)
India: Unfair and unlovely (Matteo Miavaldi)
India: Love at first byte ( Alberto Prunetti)
India: La questione femminile (Annalisa Merelli)
Singapore: giornalismo partecipativo (Andrea Pira)
Cina: L’evoluzione della Propaganda (Alessandra Colarizi)
Cina: Xiaomi l’Apple d’Oriente (Simone Pieranni)
Cina: Formazione 2.0 (Cecilia Attanasio Ghezzi)
Cina: Produzione culturale e Regime (Simone Pieranni)

Le interviste:
Beijing Design Week e Innovazione (Gabriele Battaglia e Lucia De Carlo)
I limiti del Dragone – Intervista a Bill Dodson, autore di China Fast Forward (Gabriele Battaglia)

Il racconto:
Innovarsi o perire (Nicoletta Ferro)

La traduzione:
Confucio, malattia cronica cinese (Li Ming, traduzione di Lucia De Carlo)

E ancora segnalazioni, brevi notizie e molto altro. Fateci sapere se vi piace.

Come cambia Yangon e un intero speciale dedicato alle città asiatiche

Oggi è uscito uno speciale de Il Manifesto dedicato alle città asiatiche. E’ interamente curato da China Files e compare un mio pezzo sulla trasformazione di Yangon.

Pabedan Township YNG

Se avete un ipad lo potete scaricare gratuitamente dal link che trovate qui: Urban Asia
Speriamo di poter far uscire presto lo stesso speciale anche per gli altri tablet.
Mi raccomando, se potete scaricate e fate scaricare! Ne va del futuro dello speciale, che con questo secondo numero è ancora in fase di prova.
Speriamo che l’Asia raccontata da chi ci vive attragga lettori alla ricerca di fonti affidabili!

Myanmar – Dove il cellulare è ancora un lusso

Questo mio articolo è uscito per China Files il 5 luglio 2013

Il 27 giugno il governo birmano ha annunciato i vincitori della gara d’appalto per la gestione della telefonia mobile locale. Saranno Telenor (Norvegia) e Ooredoo (Qatar) a rivoluzionare un mercato in cui al momento solo il 12 per cento della popolazione ha un cellulare, secondo stime governative.

Il confronto tra circa novanta offerte, poi arrivate a undici nelle fasi finali di gara, vedeva tra i favoriti una joint venture tra la jamaicana Digicel, il magnate birmano Serge Pun e George Soros. L’aspirante fornitore aveva addirittura già organizzato una serie di eventi per il lancio.
Ma il governo semi-civile e riformatore di Nay Pyi Daw, che nel marzo 2011 ha preso il posto di una delle più longeve dittature militari, ha deciso di aprire il paese alle comunicazioni assegnando quindici anni di esclusiva alla compagnia norvegese – che da tempo si vociferava favorita per lo storico impegno della Norvegia a supporto della democrazia birmana – e all’ex Qatar Telecom, già operativa nel Sud-Est Asiatico in Indonesia, Singapore, Laos e Filippine.

Ma perché in Myanmar i cellulari sono così poco diffusi? Se guardiamo i dati mondiali, anche in paesi con Pil molto bassi o paragonabili a quello birmano – come ad esempio il confinante Laos – il cellulare è un bene di consumo di massa. In Myanmar invece è ancora un lusso a causa dei prezzi proibitivi delle sim card.

[continua a leggere su China Files]

Cronache dall’Asia 3 – 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l’arte contemporanea asiatica

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Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d’Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell’esistere umano: espone e celebra l’individuo espressivo, la manifestazione dell’essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall’Italia può portare fino all’Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

Parto da Venezia.
Venezia, Venezia è un’opera sulla cultura della resistenza e sulla capacità della cultura di resistere. Alfredo Jaar evoca la capacità delle idee a resistere oltre il disastro della guerra, ritratta in una fotografia in cui Lucio Fontana esce da una fenditura tra le macerie del suo studio bombardato di Milano.
Con gli equilibri del mondo da riassestare in nuovi equilibri sempre mutevoli, i Giardini della Biennale di Jaar (riprodotti in scala, per essere un microcosmo che lo spettatore può osservare dall’alto, mentre emerge e affonda in un vascone pieno di acqua verde salmastra) raccontano di un vecchio mondo che scompare, portandosi sotto i flutti il ruolo dello stato-nazione e l’egemonia occidentale. Quegli stessi Giardini riemergono, come dopo cataclismi naturali o rivoluzioni umane, e riprendono forma, offrono di nuovo una presenza, un’idea.

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