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Sabato 28 gennaio 2012

Sono ancora mezza malata e un po’ incosciente di ciò che mi circonda quando partiamo per Inle Lake. Sono atterrata a Yangon con la prima febbre del viaggio e un raffreddore tanto forte che per giorni non riuscirò a sentire un odore. Non so come spiegare quanto sia assurdo approcciare un nuovo paese senza poterne sentire l’odore, è davvero più arduo coglierne la realtà e la vita. Sono talmente spossata che apprezzo le ore a letto e mentre cammino per l’ex capitale mi sento un’aliena.

Inle per molti è il più bel posto in Myanmar. Io parto senza grandi idee di quello che mi aspetta e mi concentro sul viaggio. Abbiamo comprato il biglietto del bus (10.900 Kyat) il giorno prima alla stazione dei treni che è in centro, vicino a una grossa via intitolata a Bogyoke Aung San, eroe nazionale e padre dell’attuale eroina birmana Aung San Suu Kyi.

Dalla Sule Paya, la pagoda di riferimento in centro Yangon, prenderemo il bus pubblico per andare al terminal Aung Mingalar fuori città verso nord. Nonostante tutti insistano perché ci si rechi ovunque in taxi, è sufficiente prendere il bus 43, accomodarsi a osservare le decine di birmani mai visti prima nella vita che salgono e scendono e in un’oretta e mezza ci sei, costa 200 Kyat.


Lungo la strada da Yangon a Inle non si vedono case né segnali di elettricità, quindi o passiamo un’enorme zona disabitata o qui la corrente non arriva. Alle 4 e mezza di notte il bus ci lascia a un incrocio a 15 km da Naung Shwe, il villaggio dove la maggior parte dei turisti alloggia vicino al lago. Facciamo colazione con caffè e churros tra i brividi in un baretto (ci sono 0 gradi e siamo in infradito) e conosciamo una coppia di italiani, Paola e Maurizio. Sono due grandi viaggiatori dalla fine degli anni ’90, hanno girato paesi africani e medio-orientali sul loro furgone camperizzato e avrebbero voluto affittare un’auto per essere più indipendenti in Myanmar, ma il driver voleva più soldi di quanto concordato e direttamente a Yangon hanno deciso di muoversi con i mezzi pubblici. Lui dice di avere ormai “una certa età”, ma a me sembrano molto energici e rilassati.
A Naung Shwe ci accoglierà la prima esperienza di turismo di massa: di guest house in guest house non troviamo una sola stanza libera e solo dopo molte ore troveremo spazio in una rimessa/rifugio per familiari, giustamente i gestori sfruttano fino all’ultimo angolo disponibile.
Inle (che letteralmente significa “piccolo lago”, ma invece è molto grande) è una super attrazione turistica, conserva uno stile di vita tutto suo e d’altri tempi e sulle sue coste si svolgono numerosi mercati dove si servono le tribù che vivono sulle colline circostanti.

Il turista quindi affitta una barca a motore con driver o una bicicletta e girovaga per ore e ore, cominciando con il gelo mattutino, attraverso il tepore di mezzogiorno e di nuovo il gelo del tramonto, per vedere questi locali bardati in abiti tradizionali che acquistano verdure, saponi, cibi già pronti, ecc. I birmani sono già molto attrezzati con banchetti di souvenir per foreigner, dotati addirittura di tabelle con prezzi in Kyat e dollari con numeri occidentali. Il turista ama la situazione rurale che gli ricorda lo stile di vita dei propri nonni o semplicemente quelle gite in campagna che a casa ti concedi 2/3 volte all’anno.

Il nodo di questi tre giorni a Inle per me è stato scoprire il turista qualunquista. Il nodo è stato lo sconcerto di incontrare in Myanmar, un paese non libero, per 50 anni governato da una dittatura soffocante, una dittatura che ha lasciato un paese di una ricchezza naturale inestimabile nell’arretratezza economica e culturale più umiliante, di incontrare dicevo un viaggiatore violento, non riflessivo. Ho origliato gli altri stranieri che parlavano intorno al tavolo della guest house, sparlando dei loro compagni di trekking, confrontandosi con nonchalance sui prezzi di aerei e barche, commentando che qui non è possibile contrattare perché proprio ti si stringe il cuore all’idea di contrattare con un birmano. In Myanmar invece di trovare il viaggiatore più cosciente e responsabile ho trovato il turista occidentale che giustifica il suo itinerare per le bellezze del Myanmar con un approccio da benefattore, da colonialista.

Spargono queste banconote da 1000 Kyat (circa 1 euro) a chi lavora nel turismo, sempre agli stessi, quelli che circondano i 4 spot turistici. Il Myanmar è un paese molto grande e nessun turista si preoccupa veramente di organizzarsi un viaggio con tappe diverse, per conoscere la realtà di questo paese e anche per spargere più equamente la propria ricchezza. La stessa LP, che i turisti in giro nel mondo sembrano usare anche per decidere dove comprare la carta igienica, spiega chiaramente di sforzarsi di non comprare tutto nello stesso posto, eppure ho visto in continuazione gente dormire, mangiare, comprare acqua, biglietti dei bus, dei tour nello stesso dannato posto. Per queste ragioni non sono più riuscita a togliermi dagli occhi l’immagine del turista sfruttatore violento di alcune porzioni di territorio birmano in cui può godere di un paesaggio bucolico attraversato da aratri medievali. Il fatto poi di subire turbinii di polvere, cibo pesante e strade accidentate, lo fa sentire completamente in pace con il suo essere lì senza assumersi nessun’altra responsabilità. Durante la nostra permanenza a Inle ho provato a discutere un po’ dell’essere turisti in un paese governato da un regime militare, ma sembrava non interessare nessuno. Tutti conoscono bene o male la situazione e hanno giustificato la loro presenza qui prima di partire, adesso che ci sono non ne vogliono più parlare.
La prima reazione di cuore e ragione che mi fa impazzire è che mai e poi mai e poi mai questi bianchi si porranno di fronte a questi esseri marroncini in una posizione paritetica, ricca di differenze e incomprensioni, ma mossa dalla curiosità di essere uguali esseri umani con una storia e una cultura da scoprire reciprocamente. Questi occidentali non portano niente in Myanmar e non portano niente nei loro paesi al ritorno. O meglio, portano soldi in maniera irresponsabile prima e migliaia di fotografie quando tornano.

Voglio provare a spiegare meglio il mio punto di vista, perché mi rendo conto che senza aver viaggiato a lungo in questi paesi ci siano molti punti non chiari in quello che ho scritto.
Ho un esempio abbastanza eloquente credo.
A fine novembre iniziavamo l’ultimo mese indonesiano lasciando Timor Est alla volta di Rote, un’isoletta a ovest dell’isola di Timor. Sbarcati dal traghetto siamo stati assaltati da diversi guidatori di bemo (pulmini/pick up con 10/15 posti) che ci volevano portare alla nostra destinazione. Tutti suggerivano “Nemberala” e “charter”, sapendo che la maggior parte degli occidentali si reca in questo villaggio nella punta sud dell’isola e spesso preferisce affittare un intero bemo per sè per viaggiare più comodo e senza stop intermedi. Aiutati da un’indonesiana e parlando in indonesiano (di cui dopo due mesi ormai conoscevamo bene numeri e termini necessari a stabilire un prezzo) abbiamo contrattato per 50.000 Rupie. Il basso prezzo si spiegava col fatto che salivamo sul bemo insieme ad altri locali e avremmo fatto svariate tappe in giro per l’isola lasciando ognuno a casa propria. Dopo due ore di viaggio sento che il driver scherza riferendosi a noi con l’ultima signora rimasta sul bemo, la quale gli avrebbe lasciato un sacco di soldi (era benestante, si vedeva dall’abbigliamento e dalla grossa casa dove è entrata). Infatti subito dopo il driver inizia a dirci che siamo arrivati, cercando di mollarci nel mezzo del nulla, confidando che essendo a Rote per la prima volta non riconosciamo i posti. Capisco che ormai è stanco di lavorare, ha già guadagnato abbastanza e non ha voglia di portarci a destinazione. Dopo vari tentativi del genere ferma un ragazzo in motorino per farsi aiutare a comunicare con noi, il driver infatti non parlava inglese. L’interprete ci spiega che per portarci a Nemberala vuole 100.000 Rupie. Noi siamo fermi e spieghiamo che abbiamo preso un accordo ormai ore fa, che abbiamo passato il pomeriggio sul bemo e non abbiamo nessuna intenzione di farci fregare e pagare il doppio. Dobbiamo veramente insistere un sacco perché il driver capisca che non può abbandonarci in mezzo all’isola e dopo una mezz’oretta arriviamo alla guest house. Lì il driver, un ragazzo di 19 anni che per tutto il viaggio aveva sparato musica a volume altissimo, indifferente alla presenza di neonati e anziani, che si era fatto figo e bello con il suo bemo tutto truccato, con mille aggeggi elettronici e laser e luci strobo (con una ragazza che solo dopo ore abbiamo capito essere la sua girlfriend o desiderata e che si era fatta mezzo viaggio dietro con i clienti per tenergli in qualche modo compagnia penso), inizia a mettere in scena una tragedia ridicola con l’australiano proprietario della nostra guest house. Da super bullo con occhiale da sole e cicca in bocca diventa un agnellino che i grossi e cattivi occidentali hanno sfruttato e supplica di essere pagato 150.000 Rupie per i suoi servigi. Io e Thomas ci impuntiamo, come faremmo con un adolescente tamarro di qualsiasi provenienza che cerca di fotterci come fosse la cosa più naturale del mondo. Dobbiamo discutere mezz’ora e minacciare di chiamare la polizia per farli andare via pagandoli 100.000 Rupie. Sapevo di non essere in Indonesia chiamata ad educare l’irriverenza di un giovane abbagliato dall’idiozia e dal consumismo, ma mi sono sentita di assumermi una responsabilità a trattarlo come avrei trattato un giovane italiano. L’australiano è andato in crisi, pieno di imbarazzo. Mentre una coppia di francesi hippie di 50/60 anni (che era la terza volta che incontravamo per caso in giro per l’Indonesia) ha iniziato a dire che loro piuttosto che innervosirsi preferiscono pagare quei 4/5 euro in più, perché tanto cosa vuoi che sia! Tralasciando il discorso soldi (durante un lungo viaggio perde completamente di senso ragionare in euro), quello che mi intristiva del loro atteggiamento era la sostanziale indifferenza di fronte a un comportamento sbagliato. E questo perché? Perché era perpetrato da una scimmia, ovvero da un adolescente indonesiano, qualcuno con cui non c’è speranza?, qualcuno a cui bisogna fare l’elemosina?

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