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Domenica 29 gennaio 2012

Sono in una stanza di hotel da 30USD a notte, a pagare le conseguenze emotive della scelta di uscire dalle rotte turistiche stabilite dalle autorità. A dire il vero la mia deviazione non intendeva essere così tanto fuori dai tracciati, semplicemente in partenza da Inle Lake (uno dei 4 spot turistici completamente ammessi in Myanmar) ho deciso di viaggiare come ho sempre fatto in questi mesi, quindi di non comprare il biglietto per lo spot successivo in guest house, ma muovermi autonomamente con i mezzi pubblici. Io e T. ci siamo così trovati su un pick up in compagnia di turisti e locali in direzione Taunggyi, capitale della regione Shan e capolinea dei bus in direzione Mandalay (nostra prossima destinazione). Arrivati a Taunggyi abbiamo fatto una passeggiata al mercato, notando il nostro aspetto alieno negli sguardi dei bambini e di alcuni vecchi. Ricordo in particolare una nonna con il nipote in braccio che si è bloccata al mio passaggio ed entrambi simultaneamente hanno sbarrato gli occhi e girato la testa per seguirmi mentre li superavo. Sensazione indescrivibile.


Eravamo abbastanza contenti, fuori dal turismo di massa, in una situazione di vita quotidiana birmana. Ma lì è iniziata l’epopea, in cui per 4 ore o più abbiamo cercato di trovare un bus che ci portasse via o in mancanza di questo almeno una accommodation a un prezzo ragionevole dove dormire. Ci siamo rivolti a una decina di compagnie di autobus, ma tutti i mezzi in partenza erano pieni o non potevano prenderci a bordo. Alcuni ci chiedevano gli standard 6000 Kyat, altri volevano un prezzo per “foreigner” incrementato del 50%. Situazione simile con le guest house/hotel: moltissime non hanno l’autorizzazione a ospitare stranieri e le poche che hanno la licenza hanno prezzi che si muovono dai 24 ai 50 dollari a notte. Abbiamo incontrato insomma qualcosa di assolutamente nuovo nel corso del nostro viaggio nel sud-est asiatico.
Taunggyi è una città molto ricca, strade grandi, enormi cartelloni pubblicitari video (cose che da noi nemmeno esistono credo), negozi, neon, motorini, automobili.. Lo sviluppo di questa città si spiega con la sua connessione con il secondo centro di produzione di oppio ed eroina al mondo, il famoso triangolo d’oro (secondo solo all’Afghanistan, come si può leggere in questo UN Report del 2011; interessante scoprire che la produzione mondiale complessiva è aumentata solo grazie all’incremento del 20% dell’apporto birmano, quando da parte degli altri produttori si è invece registrata una riduzione diffusa).


Con le ore e il confronto con la gente del posto ho iniziato a vivere uno stato di incredulità e si è profilata sempre più nitidamente una sorta di ostilità nei nostri confronti. Il discorso è certamente complesso e riguarda le conseguenze sulla psicologia e il comportamento di una popolazione che per decenni ha vissuto isolata e ancora oggi è priva del libero confronto e di molto altro. In un paese con il più evidente gap economico tra classi sociali che abbia mai visto, il desiderio di arricchirsi si manifesta in maniera soffocante. Io mi sento un’ingenua, ma preferisco non armarmi di cinismo e diplomazia, che mi aiuterebbero a patire meno questo viaggio. La proprietaria cinese dell’hotel “Shaung Cherry” ci è scoppiata a ridere in faccia con sguardo maligno e gracchiando tra i denti stretti “you are foreigner” quando le abbiamo chiesto se c’erano monasteri che potevano offrirci ospitalità. Abbiamo sentito racconti di molte persone che hanno viaggiato in questo modo e la risposta arrogante e cattiva della signora ci ha veramente spaventati. Quindi il famoso popolo birmano ospitale è soltanto quello delle località turistiche? Soltanto loro sono manovrati/educati a rispettare il turista, perché porta soldi?
No, non è così. La realtà fortunatamente si esprime a contraddire lo sconforto. Siamo infatti stati accolti e aiutati con grande generosità e curiosità da due ragazzi incredibili. Sono due volontari della Kambawza Youth Library, un centro che ospita una ricca biblioteca permanente e mobile, dove durante il week-end 200 bambini e qualche decina di adulti possono frequentare corsi gratuiti di inglese, prendere in prestito film, navigare su internet (ormai internet è diffuso in molte parti del Myanmar, con café e wifi nelle principali città; spesso è molto lento e purtroppo non l’ho usato abbastanza per farmi un’idea della censura presente, né ho trovato molte informazioni chiare a riguardo, nemmeno nella discussione aperta su wiki.).


Ogni settimana un volontario parte con un borsone di libri e si spinge verso i villaggi più remoti, compresi quelli nelle acque del lago In, e ritira le letture finite per consegnarne di nuove. I libri della biblioteca arrivano dal progetto Millennium, che sono praticamente certa essere internazionale e diffuso in molte parti del mondo, ma non riesco a trovarne traccia univoca su internet. Se qualcuno conosce mi dica!
La Library fa poi parte di un network di organizzazioni locali e internazionali che offrono corsi su tematiche attuali e rilevanti per il Myanmar, come la questione ambientale (calata nello specifico ecosistema della zona), il ruolo della donna nella società, l’emancipazione del cittadino, ecc.
Uno dei due ragazzi è fondatore di questo progetto, intrapreso quando aveva soltanto 16 anni, e lo vive con un coinvolgimento totale, mosso dalla forte fede musulmana. Lui ha scelto il motto “To serve the People” e nel prossimo futuro intende seguire il percorso che lo porterà a diventare Imam. Il suo stipendio saltuario arriva dalle consulenze per NGO e cooperative locali.
L’altro si definisce invece un businessman, anche se non ci ha mai spiegato che tipo di attività svolga a lato del volontariato. Arriva dalle campagne e ci ha detto che dalle sue parti la maggior parte della popolazione lavora nei campi di papavero.
Loro ci hanno regalato una sincera disponibilità, l’unica e bellissima esperienza di partecipare a una lezione domenicale con giovani universitarie al loro primo contatto con bianchi (è una cosa che mai avevo immaginato potesse succedere prima di partire per l’Asia!) e una gita meravigliosa tra pagode e belvedere.
Ci hanno detto che un anno fa non ci avrebbero coinvolti tanto, perché sicuramente li avrebbero controllati, e anche questa volta abbiamo dovuto prendere precauzioni, come non scattare foto di gruppo all’esterno della Library o -esperienza PESANTISSIMA- censurare alcuni discorsi mentre pranzavamo in un teashop.

In conclusione, dopo una settimana in Myanamr sono sconvolta. Buttata via la bolla che mi affliggeva, vuoi per la febbre e il raffreddore, vuoi per il tempo necessario ad adattarsi, adesso semplicemente vedo e soffro violentemente alla vista di un paese strangolato e imprigionato.

A rincuorare e smorzare il tutto ecco gli incontri che ti fanno scassare:

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