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Martedì 31 gennaio 2012

Mandalay dal nome dolce è la seconda città più grande del Myanmar ed è un posto adorabile. Uscire la mattina e inciampare in una monaca con la sua tunica rosa tenue pesca e la scarf amaranto appoggiata sulla testa per ripararsi dal sole è bellissimo. Ritrovarsi in una via di negozi di offerte buddhiste e accessori vari per monaci è sicuramente il modo migliore per entrare nell’umore romantico e rilassato di questa città. I turisti gareggiano sempre a chi qui ha visto la fila più lunga di monks per l’elemosina quotidiana. E in effetti direi che la religiosità in Myanmar -nella mia esperienza- si gioca più sul folklore che sulla spiritualità (parlo di quello che si vede e sente per strada, sicuramente dentro i monasteri c’è un universo da scoprire).

La popolazione fornisce ai monks il cibo e i beni essenziali, perché questi non si debbano preoccupare dei bisogni terreni e possano concentrarsi sulla preghiera e sulla meditazione (e forse in cambio i donatori non verranno trasformati in miseri animali nella vita successiva). Oggi naturalmente contraddizioni si mostrano ovunque, anche se ancora lontane da quelle thailandesi o cambogiane (giovani monk che giocano con i videogiochi su cellulari evoluti o chattano su facebook). In Myanmar quello che più mi ha colpita è stato vedere i monaci che consumano betelnut come tutti gli altri uomini birmani. Per rendere l’idea, credo si possa immaginare l’effetto che produrrebbe una suora che si rolla una sigaretta e se la fuma. il betelnut serve a dare energia, è utile per chi lavora, per chi deve fare sforzi, ma è talmente parte della tradizione che molti monaci non vi rinunciano. Queste sono le uniche due occasioni in cui ho visto monaci usare i muscoli e nella loro routine quotidiana non è previsto esercizio fisico (ma se li osservi sotto la tunica moltissimi monaci sembrano fare un paio d’ore di panca ogni giorno):

I monaci benedicono le famiglie che fanno loro l’elemosina e offrono presso i loro monasteri accoglienza ed educazione a tutti. In un paese come questo dove le disparità sociali sono molto forti, questo sistema è apparentemente un’ottima soluzione di redistribuzione democratica delle ricchezze e una struttura pronta a sopperire alle mancanze statali. Dico apparentemente per lo scetticismo che ho sviluppato e tutti i monks sovrappeso seduti al bar, che mi hanno fatto immaginare ignoranza, superficialità e privilegi connessi al sistema religioso anche qui. Si stima che i monaci birmani siano tra i 300.000 e i 500.000, di cui una parte non passa che pochi giorni della vita in monastero, mentre circa il 15% vi dedica l’intera esistenza. Considerando il grande ricambio e una popolazione totale di poco meno di 60 milioni sono numeri molto alti.

Mandalay è una grande città in cui le strade sono numerate come a NY, ma a parte sulle principali direttrici asfaltate in cui c’è una sensazione di urbanità e traffico (anche se è per lo più di trishaw, carretti senza motore e motozappe) sembra di essere in campagna. C’è polvere ovunque, la gente lavora per strada come fosse nell’aia di casa e c’è una cordialità dilagante.

Anche a Mandalay, come già a Yangon e come sarà anche a Pakokku, la notte non è mai silenziosa. Con il volume che si alza inesorabilmente verso le 3 di notte, monaci cantano o recitano preghiere mantra anche per giorni (finché non sono concluse), convertiti declamano la propria esperienza e invitano con furore i fedeli a versare offerte alle pagode, imam per niente intimoriti dal loro 4% di audience (contro un 89% buddhista) sforano i tempi delle preghiere con la loro aria sempre araba. Voci vive, toni, registrazioni si articolano in un botta e risposta affascinante e unico.

QUI MANCA UNA BELLISSIMA REGISTRAZIONE PERCHE’ NON RIESCO A SCARICARE IL FILE. SE QUALCUNO USA QUICKVOICE E MI VUOLE DARE UNA MANO.. (ho letto forum e scaricato apps su apps, ma il computer non vede i file)

Per andare a vedere le antiche città che circondano Mandalay abbiamo affittato le bici, ingoiato tantissimo smog e terriccio e io mi sono divertita un sacco a stabilire record di velocità (Mandalay-Amarapura in diciotto minuti!). Siamo andati soltanto a Innwa e Amarapura, saltando Sagaing e Mingun, ma ormai a questo punto del viaggio ho perso il desiderio “completista” del vedere tutto a tutti i costi. Innwa si raggiunge con una barchetta (su cui puoi caricare la bici) e comprende un’area con diversi villaggi e pagode più o meno antiche sparse qua e là.

Amarapura è più vissuta, perché più ricca di monasteri e sede di un’importante università; la main attraction qui è l’U Bein Bridge, il più lungo ponte in teak del mondo, su cui è divertente seguire il via vai di turisti locali (tra cui tantissimi monks) e stranieri.

Un omaggio finale ai veri uomini di porto che ogni giorno caricano e scaricano a mano le barche che percorrono l’Irrawaddy o Ayeyarwady, una delle rotte commerciali più rilevanti del paese, e alle lavandaie che lavano i panni nelle acque del canale navigabile più sfruttato del Myanmar.
A proposito, un racconto al volo: durante un viaggio in bus ho visto nell’immancabile televisore una pubblicità progresso tra un videoclip e un telefilm in cui veniva spiegato che non è salubre lavarsi i denti, lavare le vacche, lavare i panni, addirittura bere o prendere acqua da bollire nello stesso bacino d’acqua. Veder trasmettere un messaggio così basilare (e per noi lampante nella sua ovvietà) in televisione è stato veramente assurdo, non so se vi rendete conto. In Cambogia il livello di ignoranza è lo stesso e usano dei bei cartelloni giganti in legno per spiegare queste cose! Il Myanmar è davvero un paese pieno di incongruenze.

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