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Martedì 7 febbraio 2012

Quest’ultima settimana ci siamo spostati tra 4 posti poco invasi dai turisti e abbiamo passato la porzione di viaggio a più stretto contatto con il ritmo di vita birmano e il suo quotidiano.
Shwebo è probabilmente il luogo più accogliente in cui siamo stati durante tutto il viaggio, pur essendo “più diversi” del solito e una vera e propria sorpresa per i suoi cittadini (che tensione usare questo termine, poveri birmani).
Come al solito siamo andati a prendere il nostro bus pubblico in un terminal centrale di Mandalay. Siamo saliti sul solito bus giapponese vecchio di 40 anni (ma ancora cute e accogliente), abbiamo seguito la sfilata di venditori di snack da viaggio e siamo partiti com’è normale qui in Myanmar in perfetto orario.

Il viaggio è stato molto bello, tra distese desertiche con palme sporadiche e lunghi campi di girasoli, tutto in un’escalation di polvere, che più ci avvicinavamo alla destinazione più diventava parte integrante del paesaggio, incollata alle foglie degli alberi, ai cavi dell’elettricità, alle persone.

Shwebo è una cittadina come tante altre, con un paio di strade principali che portano fuori città e un mercato centrale. Pochissimi stranieri passano di qui e questo la rende il primo posto ancora genuino del nostro viaggio. Le persone sono infatti felici di vederci e molto semplici e disinvolte nel sorridere, salutare, fare battute, parlarci in birmano.. Io adoro le persone che mi parlano nella loro lingua, perché esprimono una fantastica apertura: nonostante non conoscano l’inglese non vogliono rinunciare a comunicare. Questo è successo con livelli diversi di frequenza ovunque, a parte in Thailandia (un paese che sconsiglio profondamente, poi magari ne scriverò e spiegherò le mie ragioni. Assurdo che MAI sono stata sinceramente motivata ad andare in Thailandia e nei miei due viaggi nel sud-est asiatico ci ho passato un sacco di tempo. Ancora più assurdo che da anni voglio andare in Vietnam e ancora non ci ho messo piede. Ma divagherò meglio un’altra volta).
Dopo il tramonto nella semi oscurità stavamo camminando in una stradina a lato del mercato, quando un meccanico si è fatto avanti chiedendoci in inglese di dove eravamo. Abbiamo fatto due chiacchiere, conosciuto la figlia e la madre e poi ci siamo fatti consigliare un posto dove bere una birra. La beer station però era vuota e triste, così ce ne stavamo andando, quando è arrivato sbracciandosi il meccanico, che desiderava ardentemente passare del tempo con noi. È iniziata così una serata a base di birre e chiacchiere, in cui abbiamo scoperto un po’ della storia di James (il nome che si è scelto per la class di inglese) e un po’ della vita birmana, godendoci il carattere entusiasta del nostro nuovo amico. La sera dopo ci ha invitati a casa sua, dove madre e sorella, per rendere la sala più accogliente, hanno srotolato un grosso tappeto in rattan e così liberato un gigantesco e agitatissimo ragno peloso, che nessuno a parte me ha notato (paralisi). Poi ci hanno offerto delle banane: dopo le lunghe parole per spiegare l’allergia di T., io che non ero per niente affamata (e le banane birmane non mi piacciono per niente) ho iniziato a sbucciare molto lentamente il primo frutto. È così intervenuta una delle studentesse che vive nella casa (resa molti anni fa “ostello per ragazze” dalla madre di James), che pensando fossi in difficoltà di fronte a un frutto tanto esotico me l’ha preso di mano per sbucciarmelo! Non sapevo cosa dire. Queste studentesse fuori sede si trasferiscono a vivere in case private insieme alle famiglie per i 4 anni dell’università. Con loro arrivano le serenate, tradizione ancora praticata con furore e a cui abbiamo assistito: folti gruppi di maschi si appostano vicino agli ostelli e dedicano alle ragazze canti a squarciagola e chitarre appassionate. Ci ha fatto veramente ridere. Un po’ come nel resto dell’Asia che ho visto, anche qui sembrano tutti molto più giovani e gli universitari hanno ancora un’aria da adolescenti.
Ci sentiamo accolti da questa famiglia e l’ultima mattina a Shwebo, prima dell’autobus per noi e prima dell’asilo per Sweety, andiamo insieme al mercato a comprare la thanaka. Si tratta di un tronchetto con una corteccia che sfregata insieme a dell’acqua su una pietra piatta crea una cremina chiara e profumatissima con cui tutti i bambini e la maggior parte delle donne si proteggono il viso e le braccia. La thanaka ha la proprietà di proteggere dal sole, ma anche di ammorbidire la pelle e le signore la usano come cosmetico. Insieme al betelnut, è la cosa più caratteristica del Myanmar.

Abbiamo dormito due notti a Shwebo e l’abbiamo vissuta all’ora del tramonto e la sera. Di giorno invece siamo andati a Kyauk-myaung, un villaggio sul fiume che eleggo a luogo più calmo e isolato in cui sia mai stata. Nonostante abbia diversi contatti commerciali per via dell’Irawaddy, qui è puro Myanmar. Non ho visto nessun segno di Occidente e anche i cinesi sembrano non aver ancora violato questo posticino. Il villaggio è conosciuto per la produzione di ceramica e questo salta subito all’occhio perché ci sono vasi affastellati ovunque! Ai bordi delle strade, delle pagode, nei cortili, sui muretti, è tutta un’invasione di pottery!

Durante la prima oretta in giro per le stradine polverose nessuno ci ha salutati, molti non rispondevano ai nostri mingalaba e anzi ci lanciavano sguardi dubbiosi. Poi abbiamo incontrato un trattore che trasportava vasi e quasi senza dire nulla ci siamo trovati in un attimo a bordo in direzione tornitura e fornaci! Ci hanno fatto vedere TUTTI i capannoni in cui lavorano, la preparazione a mano di tutti i vasi, la loro decorazione e cottura. Ho adorato questo posto e ho comprato ben due vasetti, praticamente i primi souvenir di tutto il viaggio!

Non so se nel frattempo si era sparsa la voce della nostra presenza, ma quando abbiamo proseguito la nostra passeggiata tutti ci sorridevano, rispondevano e i bambini ci hanno circondati! Io sono sempre molto in difficoltà con i bambini, non so come comunicare con loro, non sono in grado di scherzare né di trattarli giocosamente o da adulti. Qui però ho deciso di sforzarmi e mettermi alla prova. Ho faticato un sacco, ma alla fine mi sono fatta due nuove amiche molto simpatiche!

Come abbiamo sperimentato con James e come avevamo già osservato in questi primi giorni, ai birmani piace bere. Anche nella piola all’aperto dove abbiamo mangiato il miglior cibo birmano fino a oggi (carni in sughi saporitissimi, probabilmente di capra, brodini e verdure sconosciute), tutto è pronto per una bella bevuta:

In generale tutti bevono molta birra (Myanmar chiara e scura, Mandalay, Spirulina, tutte locali), un po’ come da noi a qualsiasi ora, da soli o con amici. Poi c’è il whisky birmano, che costa meno che pochissimo (1L a 2200K, ca. 2 euro), e viene bevuto con ghiaccio e tanta acqua dai giovani, liscio dagli uomini. Esiste infine la spocchia dei ricchi, ovvero il Red Label e altre marche importate, che costa cifre da capogiro e che ti fa veramente incazzare vedere sulle tavole di ragazzini che non lo apprezzano (basta guardare le facce), ma vogliono mostrare il loro status sociale. Comunque l’alcool sembra un fatto sociale e non un disagio. Nel paese del sud-est asiatico con più bevitori (da quel che si può vedere) non ho mai incontrato nessuno perso o aggressivo. Sarà che alle 11 tutto chiude e si va a nanna!

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