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Sveglia e partenza. Sveglia e zaini e partenza. È la settantaduesima volta da quando mi sono trasferita a Bangkok il 28 aprile 2011. Mi piace contare le cose e su uno dei quaderni di viaggio ho fatto un puntino con un pennarello rosa per ogni letto in cui ho dormito in questi mesi nel sud-est asiatico. Anche questa mattina mi alzo in Asia in un letto “nuovo”, in un letto dove ho passato due notti, poggio i piedi sul pavimento di piastrelle bianche e un po’ sporche che il ragazzino che fa le pulizie non ha voglia di pulire da X clienti prima di noi e mi preparo a buttare dentro lo zaino abbastanza ordinatamente le cose che mi sono servite qui a Shwebo. Ci sono degli avanzi di pig egg sul tavolo, qualcosa di unico e mai provato prima: grandi come un’albicocca, color nero, la scorza si toglie mordicchiandola con i denti, e quel che rimane è una specie di cipolla con la consistenza della patata cruda, ma un gusto un po’ nocciolato, difficile da descrivere meglio. James ha insistito per comprarmene un sacchetto troppo abbondante dalla vecchina che vendeva anche le arachidi fresche, così me ne sono mangiata un po’ tra una birra e l’altra, ancora un po’ a letto prima di addormentarmi e poi li ho dimenticati lì sul tavolo per un giorno e un’altra notte e questa mattina ormai odorano di passatezza e li butto nella spazzatura. Usciamo per le strade con gli zaini iper leggeri e giusto la pottery di Kyauk-myaung in più e andiamo dritti da Santino. Santino è un teashop, l’equivalente del nostro bar, un luogo familiare, dove tutti ogni tanto vanno a bere un caffè o un tè o mangiarsi un noodle (che ha il significato alimentare di un croissant salato con crudo e mozzarella diciamo, qualcosa per la colazione, ma che si può mangiare quando si vuole, anche se spesso dopo le tre o le quattro non si trova più). C’è chi si siede al teashop per fare colazione e poi parte per iniziare la giornata o chi ci passa un paio d’ore a chiacchierare con gli amici, chi fugge dagli impegni familiari e chi discute sottovoce di quello che non va. Dato il nome italiano e il suo perenne affollamento l’avevamo notato già il primo giorno, mentre vagavamo per questa nuova città alla ricerca di un posto dove dormire. Decidiamo di mangiarci l’ultima mattina. Entriamo e ci sediamo all’ultimo tavolino libero, subito uno dei camerieri minorenni con straccetto umido sulla spalla e passo svelto arriva e butta in un contenitore pieno d’acqua un paio di piccole tazzine, per sciacquarle e prepararle a servirci il green tea gratuito sempre caldo e pronto su ogni singolo tavolino di singolo teashop di tutto il Myanmar. Ci guardiamo intorno e puntiamo le ciotole di un tavolo di signore di mezz’età ben vestite, prof. penso. Indichiamo la ciotola più allettante al ragazzo e ringraziamo con sorrisi e inchinando la testa le signore che si sono prestate a vetrina espositiva. Arrivano questi noodles all’uovo in un brodino di erba cipollina, aglio e pepe, con guarnizione di beef sugoso e dolciastro, un po’ pesanti a dire il vero. Stiamo ancora mangiando la nostra colazione quando vedo le signore andare via, mi dispiaccio di non averle salutate, le cerco con lo sguardo e noto che una delle cinque (quella a cui abbiamo copiato l’ordine) ci indica con un cenno e paga alla cassa. T. parte di corsa per dirle che non c’è bisogno e almeno ringraziarla della generosità. Scopriremo poco dopo quando l’ingordigia spingerà T. a ordinare un altro caffè che Santino era anche costosetto (per la media birmana, chiaro)! Rifocillati anche troppo partiamo in direzione casa di James, dove abbiamo appuntamento per prendere la thanaka che la madre è andata a comprarci. Stiamo camminando quando ci affianca un motorino con su Sweety e James, tipico figlio di mamma mai cresciuto, che ci spiega che la madre aveva altro da fare che andare a comprare la thanaka per questi due stranieri appena appena conosciuti (e ci credo!) e quindi ci accompagna lui. Ok, saliamo tutti e 4 sul motorino in direzione mercato! No, dai, abbiamo anche gli zaini, bustone, T. è grosso, siamo occidentali, pesiamo un botto.. ok, salgo solo io e T. ci raggiunge a piedi. Al mercato ci fermiamo davanti a questo banco pieno di tronchetti di vario diametro, lunghi una quindicina di cm e spalanco gli occhi: QUESTA è la thanaka???? Merda è dal primo giorno che vedo questi tronchetti in vendita e avevo la sensazione di dover chieder a qualcuno cosa fossero, ma mai mi sarei immaginata che quella pasta bianca che metà della popolazione porta sul viso e sul corpo arriva da della corteccia!!! I tronchetti si sfregano su un’apposita pietra piatta insieme a dell’acqua e poi con un dito si raccoglie l’impasto semi-liquido che si è formato et voilà ecco la crema solare/cosmetico esfoliante e anti rughe più naturale del mondo pronto per essere applicato! Ne compriamo due tronchetti a 1000K ciascuno, garantendoci almeno due mesi di trattamento. È arrivata l’ora dell’asilo per Sweety e quindi dei saluti, i primi veramente sentiti e un po’ malinconici di questo viaggio birmano. James ci regala un piccolo quadretto di una pagoda colorata su una lacca nera, che si aggiunge al poster dello standing Buddha di Monywa che ci aveva invece offerto la madre ieri sera. Il cuore sente sinceramente il legame che si è creato con queste persone vere, con una loro storia e vissuto personali, con cui si potrebbe davvero instaurare un rapporto di quelli in cui vai a prendere la bambina all’asilo e poi il sabato si va insieme in gita in motorino verso il fiume e si compra un po’ di frutta fresca per la famiglia e così via.
Dopo gli abbracci ci incamminiamo verso la stazione dei bus, che è a un paio di km dal centro. Lungo la strada, com’è abitudine, sorridiamo e salutiamo quasi tutti. Non so se è quello che si dice del Myanmar prima di entrarci (“tutti sorridono, tutti salutano”) o se è il bisogno di esprimere serenità e cordialità a delle persone che soffrono da decenni o se è una dinamica che si instaura giorno dopo giorno grazie ai birmani più estroversi.. il fatto è che spesso siamo noi i primi ad aprire il viso in un sorriso, a guardare negli occhi con entusiasmo, a far sfuggire un mingalaba sempre più naturale. Sorriso dopo sorriso entriamo in stazione e lì c’è subito qualcuno pronto a sapere dove vogliamo andare e ad accompagnarci allo sportello giusto per comprare il biglietto. Aspettiamo la partenza su una panchina all’ombra, per un’oretta, leggendo e lasciando così i due più incuriositi (una signora sulla sessantina e un nostro coetaneo) liberi di squadrarci lungamente.
È la mattina del 3 febbraio, sono le dieci e mezza, splende il sole in un cielo perfettamente libero e azzurro e ho già vissuto quattro ore di novità e persone in questo mio venerdì birmano.

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