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Martedì 7 febbraio 2012

Questa settimana, che prende le distanze dal solito petit tour, continua a Monywa, che iniziamo a conoscere camminando dalla stazione dei bus verso il centro. Superiamo un passaggio a livello gestito manualmente da una signora (di passaggio) e ci immergiamo nell’atmosfera esteticamente romantica, ma umanamente freddina di questa grande città di circa 180.000 abitanti.

Lasciamo la roba nella camera che abbiamo trovato e usciamo a fare un giro. Quasi subito incontriamo un muro di cinta su cui sono appese una di fianco all’altra, coprendone la lunghezza, foto di Aung San e figlia. All’interno, in un cortile all’aperto, vediamo diversi scaffali con titoli e titoli in inglese e birmano.

La lettura in questo paese è sorprendentemente diffusa, è un continuo di gente in ogni angolo che legge mentre lavora, aspetta, viaggia. Non so cosa leggano, se questa pratica significhi cultura e resistenza o se sia un’abitudine che si mantiene perché ancora non sono diffuse le tecnologie dell’intrattenimento. Io mi guardo intorno e provo a capire meglio.

Quando arriviamo al lungofiume proviamo a chiedere a un guidatore di moto-taxi se conosce un certo tempio appena fuori città, ma noi non siamo molto convinti, lui è mezzo ubriaco (l’unico!) e anche quando sopraggiungono altri driver più lucidi -ma sempre precari- rinunciamo alla gita e ci infiliamo in un’altra libreria. Vendono libri di scuola, magazine e giornali, scorriamo un po’ di titoli, ma qui è tutto in birmano.

In questi giorni io sto leggendo due libri, uno è il classico Burmese days di George Orwell, l’altro è il partecipe Finding George Orwell in Burma di Emma Larkin.
Leggo, vivo e gli elementi iniziano a sommarsi, le parole, la comunicazione, l’informazione, la libertà, la clandestinità, la letteratura, il confronto, lo scontro, la censura, la verità, il falso. Osservando, parlando e soprattutto attraverso i racconti di Emma Larkin inizio insieme a T. a immedesimarmi nel popolo birmano e a sviluppare una profonda sensazione di paranoia.
Non mi cimenterò in una recensione della Larkin, dato che William Grimes ne ha scritta una molto bella per il New York Times: The Road to ‘Animal Farm,’ Through Burma.
La paranoia. Mentre chiacchieravo con un ragazzo incontrato davanti al tramonto sul fiume (“beautiful, isn’t it?”) mi sono resa conto che ascoltavo e sospettavo, dubitavo di lui, del suo accento un po’ australiano (quando mi aveva detto di non essere mai uscito dal Myanmar), delle sue conoscenze sul turismo e sugli italiani a Monywa (quando mi aveva detto di essersi trasferito qui un mese fa), dei suoi commenti sulla moda italiana e sul governo Monti (quando mi aveva detto di occuparsi di ingegneria civile), delle sue domande sul RUOLO MILITARE DEGLI STATI UNITI, sulla mia posizione rispetto agli investimenti economici europei in Myanmar.

Quando sai di essere controllato, che la giunta militare ha una rete capillare di informatori foraggiati a cellulari e auto, smetti di fidarti e smetti di esprimerti.
Un pomeriggio di mal di pancia (l’ennesimo) avevo trovato rifugio sulla terrazza del ristorante adiacente la guest house e stavo scrivendo sul mio quaderno quando mi sono bloccata in una sensazione di panico, in cui ho temuto di star facendo qualcosa di sbagliato, proibito, di essere scoperta. Stavo scrivendo usando parole dure, in riferimento a un’esperienza birmana appena vissuta. Superato quell’istante di allarme mi sono dovuta chiedere esplicitamente se fossi libera di dire e scrivere quello che volevo. Mi sono ricordata di essere italiana, che a casa, in Europa, in Occidente posso dire quello che voglio. Mi sono sentita sollevata, ma sconcertata. L’esperienza è stata forte e vivida e ancora adesso posso riviverla.
Forse si può paragonare a quello che si prova quando esce la frase “No, ma Sabrina non era al mare con noi lo scorso week-end” e nel momento stesso in cui la dici realizzi che hai appena fornito l’indizio principale per sospettare una bugia, un tradimento, una fuga. In questo caso non rischi niente più di un dispiacere, ma credo che vagamente vagamente vagamente possa dare un’idea di quello che scatta all’inizio. Poi ti abitui, ti abitui a non parlare, a non chiedere, a non criticare. Ti abitui a rimanere in silenzio per anni rispetto a questioni che ti stanno a cuore, ti abitui a non essere propositivo e costruttivo, ti abitui a subire e sopportare. Eppure, ciò che da questo punto di vista è proprio incredibile, il popolo birmano non si è inebetito. La gente è viva, vivace, curiosa e appena può parla e chiede, conoscendo con esattezza i confini all’interno dei quali muoversi. Forse questa è la resistenza, una vibrazione, la forza di un popolo che è riuscita a mantenersi nonostante tutto. Chissà se potrà essere usata come arma di crescita e liberazione o se soldi, tecnologia e stronzate occidentali spazzeranno tutto via.
Questa vitalità l’abbiamo incontrata nella signora di cui ho già parlato brevemente, la proprietaria della guest house di Pakokku, famosa tra i foreigner proprio per le parole che vi circolano. Della cittadina non dirò molto, perché qui ho passato la gran parte del tempo a letto dolorante o a chiacchierare con un australiano di origini italiane affondati in vecchie poltrone nell’angusta saletta d’ingresso.
Mey Mey ha oggi una settantina d’anni, penso. È nata Kachin, ovvero figlia di una tribù del nord del Myanmar, vicino a Myitkyina (si legge Micina, non so dove stia l’accento). Proprio in città, dopo aver frequentato per anni la scuola delle suore e aver così imparato l’inglese, incontra il marito, un boxeur con il quale si trasferirà a Mandalay e poi Pakokku. Lei ama raccontare senza alcuna riservatezza la sua storia, i problemi con il governo e la città che ancora oggi la considera una straniera, i pettegolezzi sui vicini di casa e sugli affari di famiglia e così via. Ancora dà corsi di inglese a giovani studenti e addirittura i monks si recano da lei per delle traduzioni da pali a birmano a inglese (almeno questa è la scusa, perché passano poi il tempo seduti sul divano a parlare come comari rivoluzionarie).
In questi giorni ho sperimentato insieme l’oppressione del silenzio imposto e l’esplosiva sincerità di chi resiste e vuole vivere. È una sensazione straniante, non sapevo come potesse essere, non ero mai stata in grado di immaginare la coesistenza di coercizione e libertà.

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