Venerdì 17 febbraio 2012

Sono quasi passati 28 giorni, il tempo totale concesso dal visa, e ho imparato qualche cosa su questo paese che ne rende i segni più espliciti e interpretabili. Appena sono arrivata, mentre camminavo nella sera buia per le strade di Yangon con il mio zaino leggero e un po’ di febbre, mi sono sentita a casa. Vedevo elementi familiari in ogni angolo, la gente in giro, gli anziani che discutono, i palazzi, i panni stesi in alto, le ceste tra i balconi e la strada, i giornali e la lettura. Sicuramente la gigantesca differenza tra l’Italia e tutti gli ambienti conosciuti nei mesi precedenti mi avevano predisposta ad accogliere con familiarità questi scenari. Ma la verità è che questo è stato il mese più faticoso dell’anno e adesso sono le differenze ad aver acquisito maggiore vividità. Mi chiedo cosa vediate voi.

Come sul finire di una vacanza breve o come sul finire di un viaggio in un paese dove il tempo è quasi scaduto e sai che non tornerai (probabilmente non prima di un decennio), le ultime ore sono trascorse facendo piccoli acquisti al mercato, stampando fotografie e osservando ogni particolare importante che ancora non si era ben registrato.
Ovviamente nelle ultime ore è arrivato il fatto che doveva arrivare, dal momento in cui avevo esclamato “ma nella storia della colonia e del Burma e del Myanmar una volta a un turista sarà arrivato uno sputo di betel addosso no???”.
Mi siedo a un tavolone dove ordino a una signora petto d’anatra e riso, quando l’occhio mi cade su piede&infradito (un pezzo unico, non avendo avuto altra calzatura per tutto l’anno). In fondo alla plastica nera, proprio dopo la fine del mio piede numero 39, c’è questa chiazza rosso di siena in via di seccatura. Merda! Mi hanno sputato il betel addosso! Giuro di aver avuto una sensazione particolare, di aver pensato che proprio mi avessero sputato addosso, ma forse è stato un gocciolone deviato… Il betel nut, che qui viene masticato a qualsiasi ora da qualsiasi uomo (o quasi), produce un sacco di saliva che si mischia al rosso (della radice o della foglia, non ricordo!) e poi si sputa, con slancio e ovunque.

Dopo essermi ripulita e saziata, ci siamo buttati a scorrere i titoli dei cd masterizzati in un negozio di dischi. Thomas si è messo a gesticolare e mimare per ritrovare un po’ dei suoni che aveva preferito durante il viaggio e la commessa -fantastica- ha capito tutto e riempito le nostre shopper.

Concludo questo racconto di 28 giorni, 10 tappe, 350 euro, un ciclo antibiotico e 2869 click con la macchina digitale + 35 con l’analogica.
Il 1 aprile festeggerò il giorno in cui nel 2011 ho ricevuto la conferma che avrei svolto un tirocinio all’ufficio culturale dell’Ambasciata di Bangkok e in cui ho gioito al 100%.
Quest’anno il 1 aprile seguirò le elezioni in Myanmar, le prime in cui Aung San Suu Kyi potrà candidarsi. Scriverò sicuramente, sia per spiegare e semplificare storia e situazione di questo paese, sia per aggiornare sui risultati e riportare le analisi sul futuro di questa gente in cambiamento forzato.

Tre incontri che hanno segnato il viaggio e i miei pensieri.

La seconda sera a Yangon cadeva il capodanno cinese, così nel pomeriggio siamo andati veso China Town sperando di beccare i festeggiamenti. Apparentemente quel giorno non succedeva nulla e abbiamo deciso di berci una birra in una stradina pedonale per aspettare e vedere se più tardi sarebbe successo qualcosa. Abbiamo poi sentito dire che verso le otto ci sarebbero stati i fuochi d’artificio in una strada laterale, ma noi ormai eravamo troppo presi dai racconti di vita di Jungle Man. Lui è un ragazzo Chin, un’etnia che vive nelle montagne a ovest al confine con l’India. Ha imparato l’inglese con un corso nella capitale e questo gli ha permesso di essere uno dei rari birmani che è uscito dal paese (e ci è tornato). Ha passato un paio di anni in Sri Lanka, imparando il mestiere di cuoco di cucina cinese internazionale, e adesso vuole aprire un posto suo a Yangon. Lui è cresciuto in un villaggio dove l’inverno è rigido al pari del nostro, con la neve e i geloni. Ancora oggi non hanno l’elettricità, né l’acqua calda e la giornata si svolge tra le 4 del mattino (anche se il sole sorge verso le 7) e le 8 di sera. La vita su queste montagne è dura e l’economia è quasi completamente agricola. Oltre alle fatiche, bisogna affrontare vecchi pericoli che uno crede estinti o addomesticati: tigri e orsi. Suo zio ha perso parte del naso per una zampata di un orso, mentre era a caccia di cervi. Le sue sorelle e il resto della sua famiglia non si sono mai spostati dalle montagne e non hanno mai visto un uomo bianco. Lui è invece un ragazzo disinvolto, cosmopolita, con la fortuna di essere nato maschio.

Per la cena della penultima sera prima del ritorno in Thailandia scegliamo una beer station sopraelevata. È un lungo corridoio con i tavoli sui due lati e in fondo un palchetto su cui si alternano karaoke e sfilate di ragazze&abiti. Lo scenario allestito rappresenta il tipico intrattenimento dell’uomo birmano di città e oltre a noi c’è qualche altro occidentale, che ignorando i rumori della strada amplificati dalle pareti dei palazzi, ricerca una brezza e leggerezza estiva in questa sorta di terrazza all’aperto. Stiamo per pagare e andare, quando un ragazzo sulla 40ina con i capelli lunghi e molto entusiasta ci porge la mano e si presenta. Inizia una chiacchierata concitata in cui scopriamo che fa il marinaio su navi che salpano da Yangon, fanno tappa a Singapore e poi si muovono verso l’Africa o l’Europa. Guadagna tantissimo, si sente ricco (e ci offrirà tutto, anche la cena consumata prima di conoscerlo): circa 7000 euro all’anno. Tra un’esclamazione e l’altra viene a salutarci un uomo dagli occhi generosi e la parola ricca e compiuta. Non può fermarsi con noi, era qui a salutare il suo amico marinaio che è tornato dall’ultimo viaggio, ma adesso ha un appuntamento. Anche lui era marinaio un tempo, ma poi ha rinunciato ai soldi e a una vita facile, per amore per il proprio paese. Lavora per NGO da anni adesso e vorrebbe raccontarci di più, ma deve proprio andare. Ci dedica dieci minuti, forse percependo la corda a cui Thomas vorrebbe legarlo per trattenerlo. Rimane in piedi, appoggiato al tavolo per fare una confidenza e fuggire. Non l’abbiamo più rivisto purtroppo. Lui, che da anni studia e analizza la situazione, viaggia all’estero, con osservatori locali e internazionali, fa opera di sensibilizzazione e ha deciso di investire tutto nella speranza che la situazione migliori, ci dice (non è il primo) che è un momento cruciale per il Myanmar, ma un momento cruciale molto fragile. Lui spera che tutto andrà bene, che le elezioni miglioreranno la rappresentatività del Parlamento, ma se uccidessero Aung San Suu Kyi? L’ultima volta l’hanno rapita e per un mese non hanno fatto sapere nulla di lei.

Poco prima del tramonto dell’ultima serata birmana, abbiamo visto un ragazzo occidentale che piazzava una videocamera vicino alla Sule Paya, puntandola sulla strada e il marciapiede. È stata una visione sorprendente per me e dopo qualche decina di metri ho deciso di tornare indietro e scoprire cosa stava facendo.
Era un giornalista e operatore della Agence France Presse, che in quel momento approfittava della luce per fare quella bella ripresa, ma che in generale stava seguendo la campagna elettorale, un grande assente del mio viaggio. Ho potuto soltanto notare le foto di Aung San Suu Kyi esposte in ogni angolo e la sua onnipresenza sulle prime pagine dei giornali, ma essendo ogni messaggio in birmano non ho idea di quali fossero temi e tattiche comunicative.
Robert era entusiasta, per la prima volta con una camera “autorizzata” (in passato era già stato due volte a raccogliere materiale senza i permessi), diceva di godere di piena libertà, che il Myanmar è cambiato moltissimo e per il futuro si può essere ottimisti.
Mi ha fatto piacere incontrare una persona che conosce a fondo la situazione, che la segue da anni e che manifesta questa sicurezza. Ha contrastato tutto il mio atteggiamento negativo di questo viaggio. Da una parte capisco che persone come lui o i diplomatici che lavorano da anni con il Myanmar siano stati talmente a conoscenza delle imposizioni della dittatura che l’apertura odierna è percepita come una vera speranza, un sentito sollievo. Senza quell’assuefazione al conflitto però, l’esperienza birmana è di tutt’altro umore. In una nota di novembre Piero Fassino, attuale sindaco della mia città e per 4 anni Inviato Speciale dell’Unione Europea per il Myanmar, dice che “si conferma così quel che ho sostenuto durante gli anni del mio mandato, e cioè che non fosse sufficiente una strategia fondata solo sulle sanzioni, ma si dovesse anche promuovere e favorire ogni occasione di dialogo e di apertura, che spingesse il regime ad aprirsi verso un processo di riconciliazione nazionale e si favorisse così una transizione democratica fondata sul coinvolgimento di tutti i diversi attori della società birmana”, aggiungendo anche che “ciò che sta avvenendo non può che rendere felice chiunque abbia sperato e creduto in una Birmania democratica”. A me sembra un’autocelebrazione e conferma il mio timore nella limitata capacità d’analisi degli addetti ai lavori. Il coinvolgimento acceca.

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