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Ieri sera ho finalmente guardato Burma Vj, un documentario uscito nel 2009 che racconta la rivoluzione zafferano del 2007 in modo straordinario: il lavoro di Anders Østergaard è infatti reso possibile da un gruppo di videoreporter birmani (Democratic Voice of Burma) che da anni ha deciso di rischiare tutto pur di raccontare dentro e fuori il Myanmar quello che succede nel paese. La loro azione è eroica perché ha permesso -e continua a farlo attraverso il loro sito– di informare i birmani stessi superando la censura governativa. In più nel 2007 le loro immagini hanno fatto sì che il pubblico occidentale fosse informato della strage che la giunta stava commettendo.
In Italia è uscito in dvd per Feltrinelli e costa 15,90 euro. Altrimenti si trova on-line in qualità più bassa.

La rivoluzione del 2007 è l’ultimo atto di grande protesta avvenuto in Myanmar e, come successe nell’altro importante momento di rivolta popolare contro la dittatura nel 1988, la giunta ha sopito il tutto sparando sulla gente (ammazzando centinaia di persone, tra cui monaci e un giornalista giapponese). Nel 2008 un referendum costituzionale ha sancito l’inizio del lento e difficilissimo processo di democratizzazione: nel 2010 si sono tenute elezioni considerate irregolari da molti birmani e osservatori internazionali. Nonostante questo si sono avuti segnali positivi in seguito, con il rilascio di Aung San Suu Kyi e altre centinaia di prigionieri politici (ma molti rimangono in carcere e molti vengono ancora arrestati contro il rispetto dei principi democratici), si sono ammesse leggi che regolino il lavoro e permessi gli scioperi. Un momento simbolicamente cruciale e con forti ricadute psicologiche sulla popolazione birmana si è celebrato una settimana fa, il 1 aprile, quando Aung San Suu Kyi è entrata a far parte del parlamento e il suo partito, la National League for Democracy, ha vinto 44 dei 45 seggi parlamentari per cui si votava. La possibilità per l’NLD di svolgere una campagna elettorale libera in giro per tutto il paese è forse l’azione più nuova e sconvolgente degli ultimi 50 anni.

Comunque io non riesco proprio a gioire, sapendo che il governo birmano continua ad arrestare senza averne diritto, a forzare al lavoro donne e bambini, ad ammazzare la popolazione birmana dissidente, in particolare quella appartenente alle tribù delle montagne e delle colline che vivono nella fascia esterna del paese, verso i confini.

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