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Sono stanca di sentire lamentele e sono stanca delle persone che si lamentano. Sono quasi arrabbiata con le persone che non sfruttano i mezzi che hanno a disposizione per rendere la vita propria e altrui migliore. Trovo grottesca la mediocrità di questa Italia ricca e disfattista.
L’atteggiamento inerte, invidioso e ottuso da cui mi sento profondamente circondata qui in Italia mi spinge a rivolgermi con più entusiasmo possibile verso tutte le esperienze che esprimono positività, apertura e serenità.
Per qualche ragione sono cresciuta nella città che ha ospitato uno dei progetti più illuminati e innovativi che l’Italia contemporanea abbia mai offerto, il modello comunitario dell’Olivetti. Nonostante questo, nel mio liceo intitolato addirittura a Gramsci e in cui per di più avevo deciso di dedicarmi a un curriculum sociologico, non ho praticamente ricevuto nessun tipo di input partecipativo per sentirmi parte di una città ispirata. Ricordo soltanto uno spettacolo teatrale di cui odiai la teatralità (limite mio!).
Questa premessa nasce per introdurre un documentario su Adriano Olivetti presentato dal classico Gianni Minoli, una cinquantina di minuti con numerose testimonianze e un bel quadro da lacrime agli occhi e amarezza:

E se l’Olivetti fosse stata creata nel centro Italia sarebbe andata diversamente? Non ho minimamente gli strumenti per rispondere a questa domanda e mi aiuto con questo articolo: “mal olandese” o “mal greco”? (Questo articolo descrive in modo molto generale le dinamiche politico-economiche degli ultimi cinquant’anni, cercando di spiegare dove siamo e dove finiremo).
Devo così rispondere che probabilmente no, non sarebbe andata diversamente, perché nel nostro paese non sarebbe stata concessa un’influenza sulle sorti dell’economia nazionale a un imprenditore intellettuale. Probabilmente non sarebbe mai stato permesso a un’impresa italiana di essere innovativa e competitiva a livello mondiale.

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