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Alla Sandretto Re Rebaudengo di Torino è stata esposta una mostra ragionata, scelta, allestita bene, con opere significative, guidata. I testi all’ingresso e di accompagnamento delle opere, così come il piccolo catalogo in forma di quotidiano (in distribuzione gratuita), hanno senso, comunicano, fanno sì che lo spettatore sia naturalmente spinto a dare rilevanza a ciò che gli viene proposto. Io sono sconvolta, lo dico sinceramente, perché è raro respirare sincero interesse per la diffusione di messaggi e di arte contemporanea, per di più senza refusi sparsi ogni due righe.
Ero curiosissima di vedere questa mostra e in effetti avevo anche deciso di attribuirle il potere di rifondare la fiducia nell’arte contemporanea, se mi fosse piaciuta. Una mostra in cui l’arte si relaziona con l’informazione. Una mostra politica, di riflessione sul ruolo del cittadino oggi, affamato/sfamato di simulacri di Baudrillard. È la curatrice Irene Calderoni che dà suggerimenti nella nota curatoriale: propone appunto Baudrillard, volendo esagerare, nel desiderio -interpreto io- di creare quello sfasamento, quella provocazione utile a creare significato.
Parto un po’ lontano, ma faccio pochi passaggi semplici per spiegare meglio in che modo Baudrillard ci è utile a interpretare la realtà contemporanea.
Riprendo il S. Agostino del mio penultimo post, che riflette sulla natura umana e guida Petrarca nel suo percorso introspettivo (ancora lontano dall’essere recepito, nonostante sia in circolazione da un bel po’: “eppure gli uomini… trascurano se stessi”). S. Agostino è sorpreso dal potere della memoria che rende vivido il ricordo dei viaggi e gli permette di raccontare ciò che ha visto. Ma ciò che ancor più lo sorprende è che l’animo umano abbia una memoria gonfia di onde, correnti e orbite mai incontrate, mai viste, eppure conosciute. Queste sono, nella mia semplice interpretazione, le categorie intellettive di cui ci parla Kant nella Critica della ragion pura del 1781: una realtà, queste categorie, che per noi figli del post-modernismo è ovvia, ma merita di essere ribadita. La nostra ragione, la nostra mente umana non può conoscere la realtà in sé, ma è dotata di un insieme di modalità di pensiero che costituiscono la capacità di concepire la realtà (in un modo limitato e necessariamente umano). Senza queste categorie non si può discutere di nulla, dice Kant. Queste categorie, questa possibilità di concepire pensieri è secondo lui svincolata dal linguaggio, è una sorta di dotazione aprioristica rispetto a qualsiasi forma di conoscenza. Nasciamo con le categorie.
Oggi prevale invece una interpretazione linguistica degli apriori dell’esperienza, si ritiene cioè che il linguaggio crei e condizioni il pensiero, se non addirittura la realtà. Io in realtà non sono minimamente aggiornata sul pensiero filosofico e sociologico odierno, quindi mi affido a un libro (Sociologia del linguaggio di Franco Crespi, Laterza 2005) per dire che “oggi prevale”. In ogni caso, che prevalga o meno, io credo che non si possa prescindere dal linguaggio e da qui procedo nel mio discorso.
Il linguaggio non è semplice riflesso e strumento dell’esperienza pratica, ma è condizione ed elemento costitutivo della realtà, poiché ha un ruolo cruciale nell’essere medium dell’agire e fonte attiva di produzione di agire (ampiamente inteso).
Se questo poteva essere facilmente dibattuto in passato, nel mondo occidentale odierno immerso nelle emanazioni delle tecnologie della comunicazione è più difficile anche solo riflettere su una vita in cui il linguaggio non sia detentore di fondamentale potere. Parlando in termini semiotici, sono le relazioni di significazione che definiscono il sistema presupposto dai concreti processi di comunicazione. Ma secondo Baudrillard nella nostra società, ovvero la società consumistica, siamo arrivati a un punto di tale eccesso di significazione, che la significazione stessa è stata erosa. I segni sono oggi puramente autoreferenziali. A cosa si riferiscono, oltre che a se stessi? Dov’è la realtà che indicano? Con una tensione interpretativa estrema, ma per questo eloquente e utile, Baudrillard dice che la realtà non esiste più. In un modo più morbido Susan Sontag spiega similmente che la nozione di realtà è stata confusa dalla diffusione delle sue immagini. Viviamo quindi in un mondo iperreale, in cui ciò che ci rapporta al reale sono dei simulacri, in relazione tra se stessi, non con la realtà né con le copie della realtà originale.
Mi colpisce che nelle analisi di Baudrillard che ho trovato nelle mie ricerche su internet, per spiegare l’erosione della significazione, si faccia riferimento ai centri commerciali, a Disneyland, quando oggi abbiamo Facebook a esempio (che in Italia riguarda il 74% della popolazione on-line).
Un’osservazione ulteriore da fare è quella in cui riconosciamo il valore produttore del simulacro, che precede la realtà. Baudrillard ha sostenuto che la guerra del Golfo non è avvenuta: il simulacro della guerra ha infatti preceduto il conflitto reale.
Cercando un esempio a stretto contatto con le nostre vite quotidiane, mi è venuta in mente la storia del quartiere di S. Salvario a Torino: la volontà delle amministrazioni, veicolata dal potere lobbistico di chi poteva trarre vantaggi economici dal “risanamento” della zona e dal discorso mediatico che intorno vi si è creato, ha fatto sì che si costituisse il potente simulacro di S. Salvario “quartiere multietnico, creativo, fervente, giovane, artistico”. Quando ancora gli appartamenti si vendevano a 1.000 euro al metro quadro, si calpestavano siringhe rosse sui marciapiedi, i locali erano pochi e banali, la scena artistica sostanzialmente inesistente, il simulacro di S. Salvario ha lavorato sulla percezione della realtà dei torinesi portandoli a proiettare in quella zona un clima che solo nell’ultimo periodo si è andato concretamente realizzando.
Io penso che Baudrillard ci fornisca strumenti molto chiari per leggere la realtà con più lucidità.
Cito Irene Calderoni per concludere e fare una sintesi delle idee che ho voluto proporre con il mio percorso riflessivo: “Il concetto di esperienza mediata della realtà è un tema prediletto dell’analisi dei media, che ha trovato nelle teorie di Jean Baudrillard la sua elaborazione più estrema. Secondo questo approccio, non sarebbe più possibile distinguere tra la realtà e la sua rappresentazione, perché questa è andata a sostituire perfettamente quella: i segni, o, nella terminologia di Baudrillard, i simulacri, sarebbero l’unica realtà cui abbiamo accesso, un’iperrealtà priva di referente, una serie di copie senza originale, un mondo fatto di rappresentazioni. Questo processo di virtualizzazione della realtà avrebbe trovato il suo culmine nell’evento che più ha segnato la storia globale recente, l’attacco alle Torri Gemelle di New York. Pianificato per soddisfare le logiche dei media, con un tempismo che ne ha reso possibile la trasmissione in diretta mondiale, l’atto terroristico è stato percepito dalla maggior parte di chi l’ha visto accadere, non solo in televisione ma anche di persona, come un film, una rappresentazione dell’orrore e della catastrofe che Hollywood aveva già prodotto innumerevoli volte, e quindi caratterizzato da un effetto d’irrealtà.”

La mostra è visibile fino al 13 maggio alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in via Modane 16 a Torino.
Il giovedì sera dalle 20 alle 23 l’ingresso è gratuito.

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